È guarito il sacerdote positivo al Covid: “Salvato dal respiratore e dalla mano di Dio”

Torre del Greco, Il racconto di don Francesco Pinto

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Don Francesco Pinto

È tornato a casa e ha celebrato messa in diretta Facebook: la prima dopo quasi un mese di battaglia contro il nuovo Coronavirus. Don Francesco Pinto, 28 anni, giovane sacerdote della parrocchia di Santa Maria La Bruna, positivo al Covid19, la morte l’ha vista in faccia. Per quasi due settimane, ricoverato all’ospedale di Boscotrecase, è rimasto attaccato ad un respiratore e solo grazie a quel macchinario – e alla mano di Dio – è riuscito a sopravvivere. Perché ogni volta che provava a staccare l’ossigeno, tornava quella stretta in gola che gli toglieva l’aria e lo faceva soffocare.

“Ho capito di essere guarito quando finalmente ho iniziato a respirare da solo”, racconta don Francesco. “Ci sono stati momenti davvero brutti. Ma adesso possiamo guardare avanti”.

Don Francesco, come si è contagiato? 

“Come non lo so. Ma posso dire che ho iniziato ad avere i primi sintomi la notte dell’8 marzo. Era domenica: c’era il divieto di assembramento ma si poteva dire messa. La mattina ho celebrato, stavo bene. La notte ho cominciato ad avere la febbre. Da quel momento è andato sempre peggio”.

Poi che cosa è successo?

“Il 19 marzo, alle tre di notte, ho avuto una crisi respiratoria. È stato terribile. Mi ha salvato l’ossigeno mentre un’ambulanza mi portava all’ospedale Maresca dove sono rimasto tre giorni in attesa del tampone. Quando i medici hanno avuto la conferma della positività, mi hanno trasferito al Covid di Boscotrecase dove ho trovato grande umanità e attenzione da parte di tutto il personale che pur essendo stremato, si prende cura dei pazienti con grande umanità. Medici, infermieri, operatori sanitari, ci assistono con tute, caschi, mascherine e guanti. Sei ore di lavoro, in quelle condizioni, pesano come se ne fossero dodici. È fisicamente, oltre che psicologicamente faticoso”.

Don Francesco Pinto

Lei è stato ricoverato al Covid di Boscotrecase nello stesso periodo della signora Rosetta e del nipote Michele che vivevano a Santa Maria La Bruna, il suo stesso quartiere. Come ha saputo della loro morte, avvenuta nella stessa giornata, a distanza di poche ore l’uno dall’altro?

“Dai giornali e dai social. Non ho mai avuto la possibilità di incontrarli. Nessuno può mettere un piede fuori dalla stanza anche quando le condizioni migliorano. E nessuno fa trapelare certe notizie. Quando ho saputo, ho provato grande dolore”.  

Ha incontrato don Lorenzo Pernice, il parroco della chiesa di Postiglione che è stato ricoverato prima di lei?

“Mai. Amici e sacerdoti mi dicono che sta meglio. Spero che presto possa tornare a casa”.

Che cosa ha pensato, che cosa ha provato in quei giorni di buio?

“Ho avuto modo di riflettere sull’essenziale. Quando ti trovi in un posto così, circondato dalla sofferenza di tanti ma anche dalla vicinanza di molti, si provano emozioni contrastanti. Il dolore colpisce tutti. Proprio come la solitudine. Questo virus ti costringe a stare lontano dagli affetti eppure nello stesso momento sai che dipendi dagli altri: da chi può aiutarti a guarire e da chi può darti una mano anche ad alzarti dal letto”. 

Lei vive ancora in famiglia: come stanno i suoi parenti?

“Solo mamma è risultata positiva ma è asintomatica. Sta bene e non ha mai avuto problemi o sintomi. Papà è sempre stato negativo. Adesso dobbiamo davvero voltare pagina e guardare al futuro”.

Mariella Romano

Giornalista freelance, ho imparato il mestiere di cronista consumando le suola delle scarpe. Non canto storie, scrivo ciò che vedo e racconto l’umanità che incontro. Non sopporto i numeri. Non so fare equazioni e conti e, in un mondo di variabili, alla ragione preferisco il cuore. Mi piace, assai, la terra in cui vivo.

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