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Recensione sulla fuga: il famigerato rivoluzionario giapponese racconta la storia del criminale più ricercato del paese

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Masao Adachi è un regista giapponese di 86 anni ed ex attivista rivoluzionario che ha trascorso quasi 30 anni in esilio libanese a causa della sua precedente appartenenza al gruppo terroristico dell’Armata Rossa giapponese negli anni ’70; arrestato al suo ritorno in Giappone, dopo il rilascio dal carcere è tornato al cinema – e ora ha realizzato questo intrigante pezzo da digital camera intitolato Tôsô, o Escape, un’opera intensamente, a volte persino appassionata, recitata, che immagina la vita interiore di un uomo che un tempo period il fuggitivo più ricercato del Giappone.

Si tratta dell’ormai famigerato Satoshi Kirishima che, dopo il suo coinvolgimento in attacchi terroristici contro edifici aziendali, fuggì dalla polizia nel 1975 e per decenni visse come operaio edile sotto falso nome, nascondendosi sotto il radar ma in bella vista. Non è mai stato riconosciuto e alla high-quality ha confessato il suo vero sé sul letto di morte in ospedale nel 2024, dopo che gli period stato diagnosticato un cancro terminale.

Rairu Sugita interpreta il giovane Satoshi, un radicale occhialuto e con i capelli lunghi, il cui volto sorridente sulla foto segnaletica della polizia lo ha reso un’icona nazionale, mentre il Satoshi più anziano è interpretato da Kanji Furutachi. Il movie, nel suo modo stilizzato, ci regala il momento della giovinezza trasformato in età quando il giovane Satoshi si imbatte accidentalmente in Satoshi più vecchio e avvizzito durante una cupa passeggiata in campagna e gli cede cupamente la sua identità.

Cosa può aver passato per la mente di Satoshi in tutti quegli anni? Il movie lo immagina aver abbracciato, con ascetismo monacale, l’concept di “fuga” come nobile vocazione Zen di inattività. Non si tratta semplicemente di schernire silenziosamente l’autorità e di non tradire i propri compagni: è uno stato esistenziale di sfida, che forse addirittura ascende, misteriosamente, a qualcosa di più alto di quello. Ma cosa esattamente? E Satoshi non avrebbe dovuto cercare di fuggire dal paese e promuovere la causa all’estero, proprio come ha fatto il regista?

Potrebbe darsi che Adachi voglia che il pubblico ricordi Hiroo Onoda, il soldato giapponese che resistette nella giungla filippina dal 1945 al 1974, rifiutandosi di credere che la guerra fosse finita. Ma quello period una sorta di eroismo donchisciottesco e tragicomico che Satoshi non possiede del tutto; la sua vita sembra più essere stata un abbraccio quasi accidentale di stasi, mentre lavorava inutilmente nei cantieri. O forse, in modo piuttosto patetico, la sua esistenza rivoluzionaria trascendentalmente inattiva fu il modo in cui trasformò l’concept di contrizione per quelle vite innocenti perse nei bombardamenti causati dai suoi compagni.

Escape è all’ICA di Londra dal 16 gennaio

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