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Recensione La Piccola Amélie – studio tenero e toccante sulla fragilità della prima infanzia

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Tla sua tenera e dolce animazione dei registi Maïlys Vallade e Liane-Cho Han è uno studio coinvolgente e toccante sulla prima infanzia; quanto è fragile e quanto ti senti forte per essere sopravvissuto o superato. È basato sul racconto autobiografico Il carattere della pioggia dell’autrice belga Amélie Nothomb, pubblicato nel 2000.

Loïse Charpentier presta la voce advert Amélie, una bambina che vive a Kobe, in Giappone, con la sua famiglia belga alla superb degli anni ’60; mamma, papà, fratello e sorella maggiori. Fino all’età di tre anni visse in uno stato vegetativo persistente, ma ne venne miracolosamente liberata da un terrificante terremoto; eppure emerge rissosa e quasi selvaggia, con disperazione dei suoi genitori. Questo fino a quando la sua elegante nonna Claude (Cathy Cerda) viene a trovarla e le regala un pezzo di cioccolato bianco belga narcoticamente delizioso, che fa sbocciare Amélie in una bambina adorabile e docile che adora la sua tata giapponese Nishio-san (Victoria Grosbois).

Ma ci sono dei problemi: Kashima-san (Yumi Fujimori), la gelida padrona di casa della famiglia, detesta non così segretamente i suoi inquilini occidentali – e disprezza Nishio-san perché lavora per loro – a causa di sentimenti irrisolti riguardo ai bombardamenti alleati durante la guerra. E cosa succederà quando la nonna di Amélie dovrà partire? E quando tutta la famiglia dovrà lasciare il Giappone, che Amélie vede ormai come la sua adorata patria?

L’animazione stessa è, a suo modo, un combine molto affascinante di stili europeo e giapponese, e c’è una bella sequenza finale, quando Amélie rivisita nella memoria il suo sé leggermente più giovane in varie scene intorno all’idilliaca casa e al giardino.

La piccola Amélie è nelle sale cinematografiche britanniche e irlandesi dal 13 febbraio.

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