Home Divertimento Gael García Bernal diventa lentamente un avido conquistatore in “Magellan”

Gael García Bernal diventa lentamente un avido conquistatore in “Magellan”

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Lascia che sia l’autore del cinema lento Lav Diaz (“Norte, The Finish of Historical past” di quattro ore del 2013) a servirti il ​​colonialismo in tempo reale, in tutta la sua cruda bruttezza e l’avidità sconvolgente, ma anche insieme a un senso di meraviglia. L’epopea di 163 minuti del regista filippino “Magellan”, con Gael García Bernal nei panni dell’esploratore portoghese del XVI secolo, è un regime e una cura allo stesso tempo, correggendo una narrativa di conquista che troppo spesso si è incentrata sull’eccitazione e sul potere sfrenato rispetto alla follia di tali imprese.

Con un occhio mozzafiato per le scene one-shot e una fiducia incrollabile nelle richieste che pone alla capacità di attenzione del nostro cervello da scimmia, Diaz ha realizzato uno straordinario pezzo di viaggio nel tempo, la sua languida e le immagini squisitamente colorate che funzionano in perfetta sincronia. Per quanto riguarda i movie d’autore, “Magellan” è considerato accessibile se si ha familiarità con l’opera maestosa e intima di Diaz, ma funge anche da introduzione ideale alla sua visione senza compromessi.

Una donna indigena nuda fruga in un pittoresco fiume della foresta pluviale, poi crolla sotto shock per qualcosa a cui è stato assistito fuori dalla telecamera. “Ho visto un uomo bianco!” avverte la sua gente. Poco dopo, vediamo orribili scene di corpi massacrati sulle coste insanguinate e dolcemente lambite e nel verdeggiante entroterra della penisola malese, che fu conquistata dai portoghesi nel 1511.

Ferdinand Magellan (Bernal) period allora solo un ingranaggio nella macchina di sottomissione del suo paese, ma questo membro dell’equipaggio ha ambizioni per le campagne future. Non sono necessariamente in linea con l’avidità venale dei suoi superiori, espressa febbrilmente in un discorso di vittoria da un conquistatore martellato: “Soffocheremo il mondo intero! L’Islam finalmente scomparirà!” (Poi sviene.) Ma come vedremo alla fantastic, il bisogno di dominare ha effetti sull’anima degli uomini.

Pochi anni dopo, disprezzato dal re, Magellano zoppica per Lisbona come un animale trasandato e senza compiti. Alla fantastic trova il favore della Spagna per il suo grande viaggio, tracciando una rotta inesplorata verso le isole delle spezie dell’Est, il che significa lasciare dietro di sé la moglie incinta, Beatriz (Angela Azevedo). Quella leggendaria circumnavigazione pluriennale, una sequenza di 45 minuti segnata da paranoia, allucinazioni, morte, malattia, fame, silenzio lamentoso e disperazione schiacciante, costituisce una delle rappresentazioni più casualmente brutali del viaggio transoceanico mai realizzate su pellicola. Incantevolmente severa ma allo stesso tempo venata di scorci di bellezza naturale, la sequenza ti allena praticamente advert ascoltare gli uccelli marini che innescano l’eventuale grido di “Terra!” Privo di musica o melodramma, questo è il cinema lento nella sua forma più visceralmente rigorosa e paziente.

Inoltre, definisce l’acuta psicologia che guida Magellano: la curiosità ossessiva che si trasforma in una conversione cristiana forzata, una follia consequenziale alla quale il regista aggiunge la sua personale interpretazione storica. Fino advert allora, Bernal, senza l’assistenza convenzionale dei primi piani, registra questo cambiamento di lunghezza con brillante sottigliezza nelle lunghe riprese accattivanti e distanziate di Diaz e del co-direttore della fotografia Artur Tort, spesso contrassegnate da prospettive angolate.

La mentalità dell’occupante di Magellano è in netto contrasto con l’altra figura chiave del movie, Enrique (Arjay Babon), il cui viaggio da schiavo malese acquistato a traduttore assimilato è un ritratto straziante di un dolore senza radici. Il lamento spirituale è comune in “Magellano”, sia da parte di Enrique nei suoi momenti da solo, sia da parte degli indigeni invasi che implorano aiuto, o in Portogallo, da parte delle mogli vestite di nero che costeggiano la spiaggia, in attesa di notizie sul destino dei loro mariti. Il tempo si estende in modo punitivo in questo magistrale “Magellano”, mettendo in primo piano la dolorosa eredità del colonialismo e dando priorità a uno splendore grezzo che non potrà mai essere veramente conquistato.

‘Magellano’

In portoghese, spagnolo, cebuano e francese, con sottotitoli

Non valutato

Tempo di esecuzione: 2 ore e 43 minuti

Giocando: Apre venerdì 9 gennaio al Nuart Theatre di Landmark

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