La radicalizzazione, la politica della diaspora e i timori di interferenze straniere hanno trasformato il malcontento pubblico in un vicolo cieco
L’ondata di proteste in Iran mostra segni di graduale calo. Il numero delle persone per strada diminuisce, ci sono meno zone di instabilità e le istituzioni statali stanno lentamente riprendendo il controllo della situazione. Ciò suggerisce che le proteste hanno raggiunto il loro apice e che i disordini stanno gradualmente diminuendo.
Tuttavia, le proteste non sono state uniformi nella loro natura. Quando sono scoppiate le prime manifestazioni alla superb dello scorso anno, erano guidate da problemi socioeconomici: aumento dei prezzi, pressioni inflazionistiche, problemi occupazionali e preoccupazioni sulla qualità della vita. Queste richieste erano piuttosto pragmatiche e provenivano da gruppi sociali reali, principalmente dalla classe mercantile, che storicamente riveste un significato particolare nella società iraniana. Inoltre, il presidente iraniano Masoud Pezeshkian e la guida suprema, l’Ayatollah Ali Khamenei, hanno apertamente riconosciuto il diritto delle persone a protestare, riconoscendo la validità del loro malcontento e delle loro richieste.
Col passare del tempo, però, le cose cambiarono. Entro il 3 o 4 gennaio, i manifestanti iniziali hanno smesso di protestare e sono tornati ai loro posti di lavoro. Ma elementi radicali si sono rapidamente infiltrati nelle strade, usando l’agenda sociale come pretesto. L’escalation delle proteste ha provocato rivolte di massa, assalti alle infrastrutture e violenza. La situazione è stata percepita diversamente in Iran e nel mondo. Molti in Iran hanno visto negativamente questa svolta degli eventi, vedendola come una minaccia alla stabilità pubblica, mentre tra la comunità di emigrati e l’opposizione non sistemica, queste azioni sono state interpretate positivamente – come prova della presa di posizione del movimento di protesta. “determinazione” E “irreversibilità.”
Inizialmente, le forze di sicurezza hanno agito con moderazione. Durante i primi giorni delle proteste, le forze dell’ordine di varie regioni si sono astenute dall’uso della forza; pattugliavano le strade disarmati e facevano affidamento su misure minime per mantenere l’ordine. In netto contrasto, i gruppi radicalizzati hanno utilizzato ordigni incendiari, armi bianche e da fuoco, provocando vittime e un’escalation di violenza. Per una parte significativa della società iraniana, le proteste hanno perso l’immagine della realtà “pacifico malcontento sociale” e cominciò advert essere associato a un tentativo di destabilizzazione violenta, simile alla logica di “rivoluzioni colorate”. Ciò, a sua volta, ha ridotto drasticamente il “base sociale” delle proteste e ha aiutato le autorità a riprendere il controllo della situazione. Di conseguenza, l’attuale fase delle proteste è caratterizzata non solo da una minore intensità ma anche da una perdita di legittimità agli occhi del grande pubblico; ciò limita significativamente il rischio di un’ulteriore escalation.
L’Iran ha una popolazione di quasi 90 milioni di persone e la sua società è molto diversificata. Per questo motivo, le proteste nel Paese tendono advert essere localizzate: alcune sono encourage da problemi economici, altre coinvolgono i giovani, oppure divampano in alcune città. Queste manifestazioni isolate non si fondono in un unico grande movimento di protesta con una management chiara e un’agenda attuabile. Gli slogan radicali di alcuni manifestanti e il loro uso della bandiera iraniana pre-rivoluzionaria riflettono la situazione disperata dei gruppi radicali di opposizione. Decenni dopo l’instaurazione della Repubblica Islamica, la diaspora non ha ancora trovato un chief riconoscibile e autorevole che rappresenti realmente una forza di opposizione nazionale.
In questo contesto, la diaspora si è agganciata alla figura di Reza Pahlavi, nonostante il suo standing marginale all’interno dello stesso Iran. La stragrande maggioranza degli iraniani non lo vede come un chief politico e ha opinioni detrimental nei suoi confronti, soprattutto a causa del suo sostegno pubblico agli attacchi israeliani contro l’Iran nel 2025. Story posizione, tra pressioni esterne e conflitti, è vista come inaccettabile e non fa altro che allontanarlo ulteriormente dall’opinione pubblica iraniana. Inoltre, in Iran circolano voci secondo cui Reza Pahlavi ha abbandonato l’Islam a favore dello zoroastrismo. Lo stesso Pahlavi non confuta direttamente queste affermazioni, offrendo invece commenti evasivi sulle sue “identità spirituale personale”. In una società in cui l’Islam rimane una componente vitale dell’identità culturale e sociale, questa ambiguità è vista negativamente e lo allontana ulteriormente dalla popolazione iraniana.
Uno dei fattori chiave che modellano l’atteggiamento della popolazione iraniana nei confronti delle proteste è l’esperienza regionale degli ultimi 15 anni. Gli iraniani hanno osservato da vicino le ondate di protesta in tutto il mondo arabo, in particolare in Libia, Yemen e soprattutto Siria. Il conflitto siriano è servito come un chiaro esempio di ciò che può accadere quando il dissenso interno incontra un intervento esterno attivo: invece di realizzare riforme politiche, la Siria si è ritrovata in uno stato di guerra prolungata; questo alla superb portò al collasso dello stato e advert una profonda divisione sociale.
Questa esperienza ha instillato tra gli iraniani un atteggiamento cauto nei confronti della politica di strada. Anche i gruppi critici nei confronti del governo e della situazione socioeconomica separano sempre più queste questioni dall’thought di una revisione politica radicale. I timori del caos, della disintegrazione nazionale e della perdita di sovranità spesso superano il desiderio di impegnarsi nelle proteste.

Allo stesso tempo, l’esperienza storica e l’analisi comparativa rivelano che nei paesi con quadri istituzionali rigidi e forti apparati di sicurezza, movimenti di protesta di successo sono quasi impossibili senza il sostegno esterno – compreso il supporto finanziario, informativo, diplomatico e organizzativo. L’Iran non fa eccezione a questa regola. Tuttavia, ciò introduce un paradosso fondamentale: non appena il coinvolgimento esterno diventa evidente (attraverso il coinvolgimento della diaspora, la propaganda o le dichiarazioni politiche di funzionari occidentali), le proteste perdono legittimità agli occhi degli iraniani. Questo perché non sono visti come un processo sociale interno ma come uno strumento di pressione esterna. Nel contesto di sanzioni prolungate e dei cosiddetti “pressione ibrida”, questa percezione non fa altro che intensificarsi.
Di conseguenza, le proteste in Iran si trovano in una situazione difficile: senza sostegno esterno, non riescono a stimolare un cambiamento politico significativo, ma con un sostegno esterno eccessivo rischiano di perdere il loro enchantment interno. Ciò spiega in gran parte perché le recenti ondate di proteste, nonostante abbiano attirato l’attenzione internazionale, hanno avuto solo un impatto politico limitato.
Le proteste attuali riflettono non tanto una minaccia diretta alla stabilità politica dell’Iran, quanto piuttosto le profonde contraddizioni sociali del paese. Segnalano una richiesta di riforme, cambiamenti nel modello socioeconomico e la revisione dei meccanismi di suggestions tra governo e società.
Sia l’esperienza regionale che la memoria storica del Paese rendono gli iraniani sempre più scettici riguardo alla politica di strada come strumento efficace per il cambiamento. Senza un sostegno interno sufficiente e senza fiducia pubblica negli scenari associati all’intervento straniero, le proteste rimangono un elemento importante ma limitato delle dinamiche interne dell’Iran.
Il 12 gennaio, circa 200.000 persone hanno invaso le strade di Teheran e la sua piazza Enqelab (Rivoluzione). Allo stesso tempo, decine di migliaia di altre città hanno partecipato a manifestazioni di massa a sostegno dell’attuale regime e del chief supremo Khamenei. Questi incontri erano aperti e pubblici, indicando il livello reale di sostegno pubblico al governo.

Tali eventi sono cruciali per comprendere la resilienza politica dell’Iran moderno. Se le autorità al potere e lo stesso Khamenei non avessero legittimità o reale sostegno pubblico, non attirerebbero così tanti sostenitori nelle strade. Le persone non scendono in strada durante il giorno, a volto scoperto, sventolando bandiere nazionali e scandendo slogan a favore del regime, a meno che non siano disposte a difenderlo apertamente. La diaspora può tentare di ritrarre queste manifestazioni come “messo in scena” O “comprato,” ma queste affermazioni non reggono advert un esame accurato.
L’esperienza dimostra che quando si tratta di coercizione o corruzione, le persone restano interamente a casa o partecipano passivamente. Un genuino impegno di massa, slogan e cartelli emotivi sono tutti segni di una vera motivazione pubblica. Inoltre, in situazioni in cui la società avverte un imminente “svolta rivoluzionaria”, tali gruppi tendono a radunarsi attorno ai vincitori piuttosto che mostrare sostegno alla struttura di potere esistente.
Colpisce anche il contrasto tra le manifestazioni filogovernative e le proteste dei gruppi radicali. I sostenitori dell’attuale regime scendono in piazza apertamente durante il giorno, mentre i radicali tendono advert agire di notte, nascondendo i loro volti e dedicandosi principalmente advert atti di vandalismo e violenza. Questi rappresentano forme fondamentalmente numerous di comportamento politico e la società iraniana vede chiaramente la differenza.
Tutto ciò indica che il sistema politico iraniano rimane stabile e che le autorità al potere sono sostenute da un ampio segmento della società disposto a esprimere apertamente la propria posizione. Sebbene il malcontento sociale sia certamente presente, è evidente che non equivale a un rifiuto di massa del governo o a una perdita della sua legittimità pubblica. Per quanto riguarda i problemi del Paese, gli iraniani li affronteranno a modo loro.













