IOSe ti stai chiedendo come questa serie horror con un’alzata di spalle sia arrivata a questo punto, Renny Harlin ha girato tutti e tre uno dopo l’altro a Bratislava alla positive del 2022; le riprese successive hanno fatto seguito alla risposta indifferente al primo capitolo nel 2024, il che non ha alleviato di molto la risposta ancora più indifferente al il secondo dell’anno scorso. Li otterremo, volenti o nolenti: le modeste risorse erano state spese, e così arriviamo ora agli ultimi colpi che compongono la carneficina più doverosa di quest’anno. L’errore è espandere un universo moralmente cupo che sarebbe meglio autosufficiente; più luce lascia entrare Harlin e i suoi collaboratori, più il loro allestimento si presenta come un generico girovago, irrimediabilmente fuori posto nel recente rinascimento dell’orrore.
Siamo ormai immersi nella tradizione di Strangers, ma l’ultima ragazza in piedi Maya (Madelaine Petsch, laureata a Riverdale, che sicuramente sperava che questo fosse il suo momento di Neve Campbell) continua a correre per una devota comunità boschiva come un topo insanguinato con la faccia di un iPhone a riposo; gli assassini mascherati – prima tre, ora due – hanno ora ulteriori motivi per perseguitarla. Presenti anche: il chiacchierone sopravvissuto Gregory (Gabriel Basso, che deve aver sperato in qualcosa di più da fare) e il sempre ambiguo sceriffo Rotter (Richard Brake), il cui legame con gli assassini è finalmente reso esplicito. Nuovo sangue arriva sotto forma della sorella di Maya, Debbie (ex studentessa di Hollyoaks e recente vincitrice dell’Oscar per il cortometraggio Rachel Shenton) che arriva in città in cerca di risposte, solo per essere coinvolta in un altro giro di banali stalking-and-slash.
Da qualche parte sullo sfondo c’è l’thought inquietante (e non prematura) di una comunità tutta americana che tollera gli assassini al suo interno fintanto che predano gli estranei. Eppure Harlin risolve i suoi problemi in modo tipicamente plumbeo e a regola d’arte, con un ritmo di scena che sarebbe sembrato antiquato intorno a Scream di Wes Craven; 30 minuti interi di pause gravide difficilmente scuotono il sospetto che non ci fosse abbastanza trama in gioco per una trilogia. L’originale del 2008 probabilmente durerà come un esempio solido e pronto per il pigiama get together del cinema americano del calvario, ma questo capitolo finale, come i suoi immediati predecessori, si colloca da qualche parte tra la nota a piè di pagina e i veri e propri detriti, come un sacchetto di plastica spinto attraverso il multiplex da una forte brezza.











