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Julie Campiche: recensione non detta | L’album jazz del mese di John Fordham

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Wuando il competition jazz di Londra si è svolto solo on-line nel 2020, un’affascinante esibizione in dwell streaming dell’ensemble avant-jazz dell’arpista svizzera Julie Campiche è stata un momento sorprendente, presentando al pubblico britannico un virtuoso strumentista e compositore che stava già facendo girare la testa in Europa. Campiche ha pizzicato suoni di chitarra, cetra e stile asiatico orientale dall’arpa, mescolati con loop vocali, musica classica, ambient jazz nordico e altro ancora. Potresti definire il suo paesaggio sonoro magico o ultraterreno se non coesistesse con l’urgenza politica di un attivista su questioni ambientali e sociali. Ma Campiche è troppo visionaria per sopraffare l’eloquenza del suono puro con la polemica, come conferma più che mai il suo nuovo album, Unstated, senza accompagnamento.

L’art work di Unstated di Julie Campiche

L’agenda extra-musicale di Campiche qui è una celebrazione della sorellanza, dedicata alle donne nella vita pubblica e privata che l’hanno ispirata. L’apertura di Nameless è costruita attorno a una citazione di Virginia Woolf – “per gran parte della storia, ‘anonimo’ period una donna” – ripetuta da un coro di voci femminili in various lingue che creano un clamore. Grisélidis Réal prende il nome dall’artista e scrittrice svizzera che ha portato la sua vita fisica e mentale advert ogni precipizio, compreso il lavoro sessuale, espressa in linee di arpa dolcemente liriche attorno ai suoni spettrali dei passi che ticchettano sui marciapiedi.

Rosa è una melodia cadenzata di arpa dedicata alla stanca risolutezza dei lavoratori migranti, la mutevole Andréa Bescond è un flessuoso tributo all’attore e regista francese e in Maman du Ciel, Campiche usa in modo ipnotico i suoi respiri inspirati ed espirati come sample ritmico. Unstated è la meno jazzistica delle straordinarie imprese di Campiche finora, ma se non vivesse in un mondo di improvvisatori, non avrebbe mai potuto immaginarlo così.

In uscita anche questo mese

Pianista avant-jazz newyorkese Craig Taborn è emerso alla fantastic degli anni ’90 con chief tra cui Tim Berne e Steve Coleman, ma il suo lavoro è sbocciato nel 21° secolo. Con Dream Archives (ECM), in trio con la stella del violoncello Tomeka Reid e il percussionista/compositore Ches Smith, abbraccia il frenetico free-swing collettivo, i lirici originali fumanti e due sentiti tributi (Mumbo Jumbo di Paul Motian e When Kabuya Dances di Geri Allen). Il trombettista Airelle Bessonluminare del jazz francese, coltiva ulteriormente la sua lunga relazione con il fisarmonicista Lionel Suarez su Blossom (Bretelles Prod/Papillon Jaune), un combine tradizionale ma delizioso di originali sbarazzini e teneri e cowl affettuose di Ida Lupino di Carla Bley e della canzone Au Lait di Pat Metheny/Lyle Mays. E un giovane pianista/compositore britannico di talento Noè Stonemann continua la sua costante ascesa con Dance at Zero, trasformazioni ingegnose delle sue minuscole composizioni in ricche improvvisazioni in compagnia della giovane sassofonista in rapida ascesa Emma Rawicz, del bassista Freddie Jensen e del maestro di batteria jazz britannico James Maddren.

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