MIl movie misterioso di iklós Jancsó del 1968 è un balletto sonnambulo profondamente strano. Mostra un pezzo della storia politica ungherese implicitamente giustapposto al presente sovietico del dopoguerra, in cui la Cecoslovacchia e l’Ungheria sono state schiacciate. La brutalità delle potenze anticomuniste del 1919 rappresentata nel movie sarebbe stata un argomento ufficialmente accettabile, ma l’accusa di brutalità è chiaramente trasferibile. Ed è un trauma psicologico impenetrabile con strane sfumature erotiche, come un brutto sogno assurdo trascritto da Kafka.
La scena è la vasta pianura ungherese, dove soffia sempre un vento desolato, sulla quale i personaggi recitano i loro ruoli come su un gigantesco palcoscenico; è un unico spazio unitario che sembra estendersi, come il Sahara, fino all’orizzonte lontano in tutte le direzioni. Le persone non entrano ed escono nel modo convenzionale, ma spesso possono essere viste arrivare gradualmente da una distanza incredibilmente lunga e andarsene riducendosi progressivamente fino a diventare un puntino evanescente in lontananza. La macchina da presa tipicamente sinuosa di Jancsó scivola e piomba elegantemente attorno all’azione in una serie di lunghe riprese ininterrotte.
È subito dopo la prima guerra mondiale, e alcune fotografie d’archivio sfocate che precedono l’azione alludono al governo nazionalista che rovesciò la repubblica sovietica ungherese nel 1919 e che ora porta avanti una caccia all’uomo anticomunista contro i soldati ungheresi. Uno di questi è István (András Kozák), un fuggitivo che si nasconde in una fattoria di proprietà di due sorelle chiamate Teréz (Mari Töröcsik) e Anna (Andrea Drahota); forse impazziti per la tensione e l’isolamento, stanno avvelenando segretamente il marito di Teréz, Károly (József Madaras), e la sua anziana madre. Un ufficiale dell’esercito, Kémeri (Zoltán Latinovits) è a conoscenza di István ma sembra chiudere un occhio, in cambio dei favori sessuali impliciti delle donne e anche perché come soldato non può fare a meno di ammirare il valoroso document di guerra di István al fronte.
Alla superb, diventerà chiaro che István è sconvolto da ciò che può vedere delle attività omicide segrete delle donne e ha dovuto prendere una decisione su come consegnarle alla giustizia senza mettersi in pericolo. Ma questo è ben lungi dall’essere il punto drammatico centrale del movie. Ciò che è più importante, momento dopo momento, è il miasma di paura e orrore che si deposita sul paesaggio. I soldati, guidati da un comandante della polizia segreta in abiti civili, minacciano la gente del posto. Le case vengono demolite come punizione collettiva e come una triste lezione su ciò che accade a coloro che non collaborano. I trasgressori, sia militari che civili, vengono costretti a stare in un cortile per lunghi periodi o a fare “salti del coniglio”.
Il comandante costringe inoltre Károly e altri civili a ispezionare due cadaveri – persone che le autorità hanno chiaramente ucciso – costringendoli a toccare i cadaveri e a maneggiare gli effetti personali dei morti, compresi occhiali, orologi e portafogli, e poi advert alzare le mani davanti a un fotografo ufficiale, come per confermare le loro impronte digitali sugli oggetti rilevanti e la loro presunta colpevolezza. Eppure questo bizzarro rituale ha anche chiaramente lo scopo di umiliarli e degradarli, di farli conoscere intimamente alla paura e di sottolineare la loro comunione con i morti sconfitti. In questo movie il silenzio e il grido sono la stessa cosa.










