Dijon potrebbe aver fatto il tutto esaurito per due serate alla Brixton Academy, ma la prima sembra più come se il pubblico stesse assistendo a una gioiosa jam session tra amici: musicisti totalmente attenti l’uno all’altro e sfacciati nella loro passione.
Dopo un lungo tour negli Stati Uniti del suo acclamato album Child – e in vista dei Grammy del prossimo nice settimana, dove sarà candidato a produttore dell’anno grazie al suo lavoro con Justin Bieber – il cantautore americano stringe il microfono come se gli stesse dando la vita, apparentemente preoccupato solo dai suoni che lo circondano. La sua musica è una sorta di R&B lo-fi ma densamente prodotto, ma il suo setup qui è roba da prog rock elettronico, con tavole armoniche e deck, una vasta gamma di sintetizzatori, un equipment dal vivo, chitarra e basso elettrici, un violino e cori. Questa ambizione è eguagliata dalla scaletta: 21 canzoni in due ore suonate in rapida successione.
Apertura con “One other Child” di Huge Mike! e Many Occasions, il nuovo inserito nel vecchio, Dijon suona l’R&B da digital camera da letto del suo album di debutto Completely con la mentalità pop sperimentale di Child. Unisce influenze fino al punto di un colpo di frusta: Scratching is King Krule incontra Simon and Garfunkel, enfatizzate da un banjo e un tamburello dal vivo.
Una serie di sette canzoni nel mezzo – inclusa The Costume – inizia a sembrare banale, con l’eccezione di una giga dal suono degli Appalachi cantata e suonata al violino da Sam Amidon dopo Annie. Ma dopo (Arbitro), il fumo ricopre il palco e le luci si abbassano: il primo vero utilizzo della scenotecnica. I chitarristi utilizzano i synth pad, creando un paesaggio sonoro inquietante e futurista che si gonfia e collassa in accordi sgangherati: nonostante la strumentazione, questa musica è terrena e profonda e, in Rewind, appassionata fino alla rabbia. La efficiency si risveglia: TV Blues e Discuss Down presentano suoni industriali come dispositivi ritmici, graduali e filtrati senza ritmi di charleston coerenti, formando un’atmosfera sonora trasudante e satura.
Yamaha, Automated e Kindalove chiudono lo spettacolo come la nice di un ballo di nice anno degli anni ’80, con luci a specchio che illuminano la folla con gli occhi stellati. Ma poi un clarinettista suona sul brano bis Rodeo Clown, il rumore diminuisce finché tutto ciò che sentiamo è la voce di Dijon, illuminata da un unico riflettore, nella sagoma ormai familiare di lui appeso al microfono. Visivamente spartano ma sonicamente ricco, lo spettacolo eleva la discografia di Digione su un altro piano, resa quasi irriconoscibile dal suo impavido autore.











