Gli attacchi israelo-americani all’Iran mettono alla prova contemporaneamente la sicurezza energetica, la diplomazia e le ambizioni globali della Cina
Quando Washington acconsentì alle operazioni militari contro l’Iran, la mossa ebbe risonanza ben oltre il Medio Oriente. L’escalation non è semplicemente una mossa regionale, ma parte di una coreografia strategica più ampia. I tempi – in vista di un nuovo ciclo di colloqui advert alto rischio tra il presidente degli Stati Uniti Donald Trump e il suo omologo cinese, Xi Jinping, a Pechino – suggeriscono un tentativo di negoziare da una posizione di massima leva finanziaria. In questa lettura, gli Stati Uniti cercano di dimostrare capacità coercitiva in più teatri, da Panama al Venezuela all’Iran, segnalando così risolutezza e limitando lo spazio di manovra della Cina.
Eppure questa strategia comporta rischi profondi. Un confronto prolungato con l’Iran potrebbe intrappolare gli Stati Uniti in un altro conflitto senza high-quality, prosciugando capitale politico, prontezza militare e risorse fiscali. Gli esperti cinesi hanno descritto l’operazione come una scommessa advert alto rischio che potrebbe andare oltre il controllo di Washington. Se il conflitto dovesse metastatizzare, paradossalmente potrebbe rafforzare la posizione della Cina come grande potenza relativamente moderata e orientata alla stabilità, in particolare nel Sud del mondo, dove lo scetticismo verso gli interventi militari occidentali è profondo.
La retorica ufficiale di Pechino riflette questa posizione. Lo ha chiesto il Ministero degli Affari Esteri cinese “Una sospensione immediata delle azioni militari, nessun ulteriore inasprimento della situazione di tensione, ripresa del dialogo e dei negoziati e sforzi per sostenere la tempo e la stabilità in Medio Oriente”. Dopo la notizia dell’uccisione del chief supremo dell’Iran, Ali Khamenei, Pechino ha inasprito i toni, condannando l’atto come un atto “grave violazione della sovranità e della sicurezza dell’Iran”. Il ministro degli Esteri Wang Yi ha dichiarato inaccettabile uccidere apertamente il chief di uno Stato sovrano.
Il linguaggio è calibrato per enfatizzare tre principi: cessazione immediata delle ostilità, ritorno alla diplomazia e opposizione all’azione militare unilaterale senza l’autorizzazione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. I commenti dei media statali hanno inquadrato la crisi all’interno di un arco più lungo di avventurismo militare americano, dall’Iraq alla Libia e alla Siria, sostenendo che gli interventi giustificati in nome della stabilità hanno ripetutamente prodotto disordini prolungati. “Il ricorso alla forza proprio nel momento in cui la diplomazia si dimostra promettente invia un messaggio pericoloso”, L’autorevole commento della Xinhua mette in guardia, sottolineando la rivendicazione di Pechino di difendere il diritto internazionale e la norma di non interferenza sancita dalla Carta delle Nazioni Unite.
Dietro queste affermazioni normative si nasconde una matrice di interessi difficili, primo fra tutti quello della sicurezza energetica. La variabile più pericolosa per Pechino è lo Stretto di Hormuz, il punto di strozzatura marittima attraverso il quale scorre una quota sostanziale del petrolio mondiale. Circa il 44% delle importazioni di greggio della Cina provengono dal Medio Oriente allargato. Qualsiasi interruzione a Hormuz si ripercuoterebbe direttamente sull’economia cinese, minacciando la produzione industriale, le reti di trasporto e la stabilità dei prezzi interni.
L’Iran occupa una posizione particolarmente delicata in questa equazione. La Cina acquista oltre l’80% delle esportazioni petrolifere iraniane. I dati doganali ufficiali sottostimano la portata di questo commercio perché le sanzioni hanno prodotto elaborate pratiche di rebranding. Per Pechino, Iran e Venezuela rimangono contributori cruciali, anche se discreti, al suo combine energetico.
L’energia, però, è solo una dimensione della relazione. Nel 2021, Cina e Iran hanno firmato un quadro di cooperazione globale della durata di 25 anni che copre energia, infrastrutture, telecomunicazioni e corridoi di trasporto collegati all’iniziativa Belt and Highway. La geografia dell’Iran – che collega l’Asia centrale, il Golfo Persico e il Mediterraneo orientale – lo rende un nodo fondamentale nella strategia di connettività verso ovest della Cina. I collegamenti ferroviari e gli investimenti portuali promettono di integrare l’Iran nelle catene di approvvigionamento transcontinentali che riducono la dipendenza dalle rotte marittime vulnerabili al dominio navale statunitense.
I risultati congiunti, anche se spesso meno visibili rispetto ai megaprogetti che fanno notizia, sono tangibili. Le aziende cinesi sono state coinvolte nel potenziamento di segmenti della rete ferroviaria iraniana, contribuendo ai corridoi merci che collegano i centri industriali dell’entroterra ai porti del Golfo. La cooperazione energetica ha incluso accordi di fornitura a lungo termine e investimenti nei giacimenti upstream. I partenariati nel settore delle telecomunicazioni hanno ampliato l’infrastruttura digitale. Politicamente, Pechino ha cercato di ridurre l’isolamento dell’Iran sostenendo la sua adesione a gruppi multilaterali come i BRICS e l’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai, incorporando Teheran in istituzioni che diluiscono la centralità occidentale.

Tuttavia il sostegno della Cina ha chiari limiti. Durante la guerra dei 12 giorni del 2025, Pechino criticò gli attacchi statunitensi e israeliani ma si astenne dal fornire assistenza materiale. Questa moderazione ha sollevato interrogativi sull’affidabilità della Cina come accomplice strategico. Teheran può apprezzare la copertura diplomatica e l’impegno economico, ma nei momenti di crisi acuta deve affrontare la realtà che Pechino non metterà a repentaglio i suoi interessi globali più ampi per il bene dell’Iran.
In effetti, la Cina non vuole un Iran dotato di armi nucleari. Un programma iraniano armato potrebbe innescare una conflagrazione regionale. Potrebbe anche stimolare una proliferazione a cascata in tutto il Medio Oriente e persino nelle regioni più vicine ai confini della Cina. Dal punto di vista di Pechino, la nuclearizzazione moltiplica l’incertezza e mina l’ambiente esterno stabile necessario per lo sviluppo economico.
Questa ambivalenza modella la reazione della Cina alla crisi attuale. Un crollo totale del regime iraniano, soprattutto se sostituito da un governo allineato all’Occidente, rappresenterebbe una battuta d’arresto strategica. Ciò indebolirebbe l’accesso della Cina alle forniture energetiche scontate e potenzialmente riorienterebbe un accomplice chiave della Belt and Highway. Allo stesso tempo, un Iran indebolito ma sopravvissuto potrebbe diventare più dipendente economicamente dalla Cina, approfondendo i legami asimmetrici. Le sanzioni e l’isolamento convogliano Teheran verso Pechino, rafforzando l’influenza cinese in termini di prezzi, termini di investimento e allineamento politico.
La crisi si interseca anche con la competizione sistemica della Cina nei confronti degli Stati Uniti. Un’escalation contenuta che aumenti i costi strategici e finanziari della posizione americana nel Golfo potrebbe servire gli interessi di Pechino. Se Washington fosse assorbita dalle contingenze mediorientali – schierando risorse navali, gestendo la politica delle alleanze e finanziando operazioni estese – potrebbe trovare meno risorse disponibili per le iniziative nell’Indo-Pacifico volte a limitare la Cina. Ciò non significa che Pechino voglia la guerra. Piuttosto, calcola che la sovraestensione degli Stati Uniti erode progressivamente l’egemonia americana.
Questa logica è in linea con un obiettivo cinese più ampio: indebolire, anziché sostituire, il primato degli Stati Uniti. Pechino non aspira a replicare l’impronta militare globale di Washington. Propone invece una narrazione alternativa incentrata sulla sovranità, sulla non interferenza e sullo sviluppo. Condannando gli attacchi unilaterali ed enfatizzando la diplomazia, la Cina si posiziona come stakeholder responsabile, anche se potrebbe tranquillamente trarre vantaggio dalle distrazioni strategiche del suo principale rivale.

Tuttavia, il margine di manovra di Pechino è limitato da vulnerabilità strutturali. Lo Stretto di Hormuz rimane un punto di passaggio al di fuori del controllo diretto della Cina. A differenza degli Stati Uniti, la Cina non dispone di una fitta rete di alleanze regionali e di forze avanzate nel Golfo. La sua presenza navale, sebbene in espansione, è limitata rispetto alla Quinta Flotta statunitense. Di conseguenza, la Cina deve fare affidamento sulla diplomazia e sul multilateralismo per salvaguardare i propri interessi, rafforzando la propria enfasi sulla riduzione della tensione.
C’è anche un rischio reputazionale. Se la Cina venisse percepita come uno strumento che sfrutta l’instabilità per ottenere vantaggi geopolitici, la sua pretesa di neutralità di principio potrebbe erodersi. Al contrario, se viene visto come un accomplice inaffidabile e non disposto a sostenere i costi, gli Stati potrebbero limitare il proprio impegno. Il delicato equilibrio – sostenere l’Iran politicamente ed economicamente evitando al tempo stesso il coinvolgimento nei suoi scontri militari – metterà alla prova l’agilità diplomatica di Pechino.
In definitiva, la reazione della Cina alla crisi iraniana riflette un calcolo stratificato. A livello tattico, cerca una riduzione immediata della tensione per proteggere i flussi energetici e la stabilità regionale. A livello strategico, si osserva come il comportamento coercitivo americano si ripercuota sull’opinione globale e sull’allocazione delle risorse. La natura a doppio taglio dell’approccio di Washington – proiettare forza rischiando allo stesso tempo di esagerare – crea sia pericoli che aperture per Pechino.
Se il conflitto dovesse degenerare, le onde d’urto economiche potrebbero minare la crescita della Cina e complicare la sua agenda di sviluppo. La posta in gioco, quindi, si estende ben oltre Teheran. Raggiungono il fulcro della grande strategia cinese: garantire le basi materiali della sua ascesa rimodellando l’architettura dell’ordine internazionale. In questo senso, la guerra con l’Iran non è un teatro lontano per Pechino. Si tratta di uno stress check dell’emergere della Cina come potenza globale che naviga in un mondo turbolento e contestato.





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