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Recensione di A Prayer for the Dying: il western pestilenziale sembra un cortometraggio allungato troppo a lungo

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Tecco una creazione di immagini e creazione di stati d’animo molto concertata in questo dramma tecnicamente compiuto ma insoddisfacente della regista norvegese esordiente Dara Van Dusen. È una storia cupa del vecchio west americano, adattata da Dusen dal romanzo di Stewart O’Nan, e in qualche modo ha l’atmosfera di un cortometraggio trasformato con indulgenza in un lungometraggio. I suoi gesti visivi e le scene, sebbene sorprendenti e spesso scioccanti, mi sono sembrati scollegati da qualsiasi verità emotiva, una verità che una narrazione sostenuta e sviluppata potrebbe aver fornito.

L’ambientazione è una città di frontiera nel Wisconsin nel 1870, e Jacob (Johnny Flynn) è sia sceriffo che pastore, sebbene non indossi né distintivo né indumento religioso. Ha assistito a un servizio traumatico nella guerra civile, nella quale sembra aver raggiunto un alto grado, anche se alcuni in città sospettano delle sue origini norvegesi. È sposato con Marta (Kristine Kujath Thorp) e hanno un figlio piccolo.

Quando il cadavere di un vagabondo itinerante viene scoperto alla periferia della città, ancora in uniforme di guerra, è un vero ritorno del represso per un luogo che cerca di superare quell’incubo. Il medico della città (John C. Reilly) è inorridito nel rendersi conto che quest’uomo è morto di difterite (stranamente, e sicuramente in modo poco igienico, esamina il cadavere puzzolente nel suo salotto) e che una donna di una comunità religiosa vicina ha gli stessi sintomi.

Un’epidemia catastrofica è imminente e gli uomini sono divisi sul da farsi. Dovrebbero dichiarare un blocco-quarantena inapplicabile che innescherebbe semplicemente un esodo in preda al panico, diffondendo la malattia in lungo e in largo? Oppure avviare una politica segreta di non riconoscimento, che potrebbe consentire loro, di nascosto, di tenere sotto controllo la malattia e l’ordine pubblico?

Ma la malattia serve a rendere questo dilemma irrilevante. Jacob non è in grado di essere abbastanza duro con le persone e di costringerle a obbedire alle sue restrizioni. Ci sono scene di orrore che sono rese peggiori, o comunque più complicate, dalla notizia di un incendio che si sta diffondendo – una pestilenza del tutto separata, che crea un inquietante bagliore rosso nell’atmosfera. Questo bagliore potrebbe essere ambiguamente una proiezione di disturbo da stress post-traumatico, una drammatizzazione della mente già profondamente infelice di Jacob. Sembra immune alla malattia. E’ un portatore? Una Mary tifoide?

Reilly interpreta il suo ruolo con simpatia e peso; Flynn, sebbene sia sempre stato un attore guardabile sullo schermo, forse non è stato diretto come avrebbe potuto creare la necessaria angoscia straziante. È un artefatto di un movie altamente controllato, ma offre meno di quanto promette.

A Prayer for the Dying è stato proiettato al Pageant del cinema di Berlino.

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